Le predatrici del castello

Nel silenzio del corridoio rischiarato dalle torce, Matteo trattenne il respiro. Dalla porta socchiusa della sala di velluto arrivavano sospiri bassi e il fruscio di stoffe che cadevano a terra. Si avvicinò, incapace di resistere, e l’occhio gli cadde sulla scena.

La sala sembrava sospesa fuori dal tempo. Tende spesse color porpora scendevano pesanti dal soffitto, inghiottendo la luce tremolante delle candele. Il pavimento era coperto da tappeti scuri che attutivano ogni rumore. L’aria era impregnata di cera calda, vino rovesciato e di un odore più animale: sesso. Le due dame, abbandonate l’una sull’altra, si divoravano con foga. La mora, alta e scura, teneva la compagna per i fianchi e le mordeva il labbro; la bionda gemeva, i capelli sciolti che scendevano come una cascata dorata, già con la mano infilata sotto il corsetto dell’amante.

Il cuore di Matteo martellava. Si sentiva un ladro, un peccatore, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Ogni carezza, ogni gemito gli bruciava addosso come se toccassero lui. Poi la mora sollevò lo sguardo. I suoi occhi scuri lo inchiodarono nello spiraglio della porta. Un sorriso lento e crudele le incurvò le labbra.

«Abbiamo compagnia,» sussurrò. La bionda si voltò a guardarlo e sorrise con lo stesso appetito. Nessuna delle due gridò, nessuna cercò di coprirsi: si alzarono con grazia, camminando verso di lui come predatrici. Prima che Matteo potesse fuggire, la porta venne spalancata e mani delicate ma ferree lo trascinarono dentro.

La bionda gli afferrò i polsi e li spinse contro il muro con una forza sorprendente. La mora, invece, gli slacciò i pantaloni con calma feroce, sfiorandolo apposta e ridendo del suo respiro spezzato. «Guarda come trema… un topo impaurito che non vede l’ora di essere divorato.»

Con un gesto secco gli tirò via la camicia, lasciandolo nudo davanti a loro. La bionda lo osservò dall’alto in basso, si leccò le labbra e commentò: «Sì… questo ci servirà bene stanotte.» Gli mollò uno schiaffo leggero. «In ginocchio, cagnolino.»

Matteo rimase nudo e vulnerabile, i polsi arrossati dalle prese violente, il cazzo già duro che lo tradiva. Di fronte a lui, le due dame erano incarnazioni opposte del peccato: la mora, fiera e scura, seni gonfi e fianchi larghi; la bionda, minuta ma compatta, cosce serrate e occhi chiari che scintillavano di crudeltà. Lo circondavano come fiere che pregustano la preda, sfiorandolo solo per vederlo rabbrividire.

Con uno strattone improvviso, la mora lo spinse verso il grande letto a baldacchino in fondo alla sala. I tendaggi di seta ondeggiarono mentre le due dame lo rovesciavano sul materasso. «Stendi le braccia,» ordinò la bionda, strappando strisce dal proprio busto e legandogli i polsi alle colonne del letto. La stoffa gli segava la pelle, stringendolo senza scampo. «Così non proverai a ribellarti.» La mora rise, inginocchiandosi accanto al suo volto. «E adesso, topo, servici come si deve.»

Gli schiacciò la faccia fra le cosce nude, bagnate e calde, mentre la bionda gli montava i fianchi con un gemito sporco. Il cazzo gli scomparve nella fica stretta che lo accolse con violenza, scivolosa e famelica. Matteo gemeva soffocato, lingua e cazzo divorati dalle due contemporaneamente.

«Non smettere,» ringhiò la mora, affondandogli le unghie nei capelli. «La tua lingua non serve a parlare, ma a leccare.» La bionda rideva, cavalcandolo con foga, i seni che rimbalzavano, le unghie che graffiavano il suo torace. «Che bel giocattolo… carne che geme quando lo vogliamo.»

Il ritmo si fece feroce. Ogni spinta della bionda lo marchiava, la fica stretta che lo serrava con schiocchi umidi che riempivano la sala. La mora gemeva sopra di lui, muovendo i fianchi con lentezza crudele, godendo della sua lingua disperata. Matteo era perso, il corpo sudato legato e tremante, i muscoli tesi senza poter reagire. Ogni suo tentativo veniva zittito da un ordine secco: «Fermo. Non osi muoverti.»

L’aria vibrava di gemiti, schiocchi e odore di sesso. Le tende ondeggiavano, i candelabri gettavano ombre tremolanti, la cera colava lenta come se scandisse il ritmo della loro danza. Il respiro di Matteo era un rantolo; graffi e morsi gli segnavano la pelle, il cazzo serrato nella figa calda della bionda, la bocca intrappolata nelle pieghe bagnate della mora.

«Non venire,» lo minacciò la mora, tirandogli la testa all’indietro. «Non osi venire finché non lo diciamo noi.»
La bionda lo serrò ancora più forte, cavalcandolo con urla spezzate, cosce compatte che lo stringevano. «Sta per esplodere, sorella… ma non ancora.» Le due si baciarono sopra di lui, lingue intrecciate, gemiti che gli piovevano addosso come catene. Matteo tremava, il cazzo gonfio che pulsava disperato, trattenuto fino allo spasmo.

Quando entrambe raggiunsero il piacere, la mora gemendo forte sulla sua bocca e la bionda urlando sopra il suo cazzo, arrivò finalmente l’ordine: «Adesso. Viene per noi.»
Matteo esplose con un urlo strozzato, il seme che riempì la fica calda e colò lungo le cosce della bionda. Le due lo tennero fermo, i polsi legati, finché l’ultimo spasmo non gli morì dentro.

Esausto, crollò sul letto, il corpo marchiato da graffi e morsi. La bionda strappò un lembo del busto di seta e glielo annodò al collo come un collare improvvisato. «Così saprai sempre a chi appartieni.»

La mora rise, accarezzandogli il viso arrossato. «Ricorda, topo: sei nostro. La tua bocca, il tuo cazzo, il tuo corpo. Quando ti chiameremo, tornerai. E ti inginocchierai di nuovo, senza fiatare.»

Sono @eroticpolpo

28 anni vissuti nel mondo digitale. Di notte non dormo e scrivo libri e racconti erotici con lo pseudonimo di Damian Margi. @eroticpolpo è il blog dove raccolgo tutte le mie creazioni.

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