La dama e i servi

Il banchetto nella sala grande era ancora in corso, ma la dama si era allontanata. I corridoi del castello, freddi e bui, la guidarono verso le stanze basse, quelle dove i servi si radunavano a fine giornata. Il cuore le batteva in gola, un desiderio inconfessabile che la spingeva più giù, oltre le torce e gli arazzi.

Ci era già stata altre volte, le piaceva spiare i servi e le piaceva farsi beccare da loro. Era una dama a cui piaceva essere schiavizzata, di tanto in tanto.

Dentro, il camino sputava fiamme basse e rossastre. Due corpi nudi si stagliavano contro il bagliore.

Il giovane – vent’anni al massimo – era magro ma segnato dal lavoro: pelle cotta dal sole fino a diventare quasi cuoio, una striscia di peli neri che scendeva dal petto piatto fino all’ombelico e poi si allargava in un cespuglio fitto e riccio attorno al cazzo. Quel cazzo pendeva pesante tra le cosce muscolose, semi-duro, la cappella già lucida di umore, vene bluastre che sporgevano lungo l’asta come corde tese. Aveva le ascelle nere di pelo bagnato di sudore, e quando si mosse una zaffata acre le arrivò alle narici.

L’altro era una bestia: spalle larghe come porte, petto villoso che arrivava quasi fino alla gola, addominali spessi coperti da una peluria scura e ruvida. Il cazzo gli sporgeva già dritto, grosso in modo indecente, la pelle tirata e violacea, una vena grossa come un dito che pulsava sotto la superficie. Aveva peli fitti anche sulle palle pesanti, che dondolavano lente mentre rideva. Le mani erano enormi, dita tozze piene di calli neri, unghie spezzate. Sudava copiosamente: rivoli gli colavano dai capezzoli scuri lungo il ventre fino all’inguine.

La dama rimase ferma sulla soglia, le cosce le tremavano sotto la seta. I capezzoli le premevano contro il corpetto come chiodi, la fica era bagnata e le inzuppava la biancheria. Un colpo di tosse le sfuggì (ma non era un errore).

«Chi cazzo è?» ruggì il bestione, girandosi di scatto. Il cazzo oscillò con violenza.

Silenzio.

«La giovane dama» disse il giovane, leccandosi le labbra screpolate. «È scesa a fiutare i cazzi dei servi.»

Lei fece per voltarsi. Troppo tardi. Il bestione la afferrò per un braccio, le dita le affondarono nella carne morbida fino a farla gemere. La porta sbatté. Il chiavistello scattò.

«Non scappare bellezza» sussurrò il giovane, avvicinandosi nudo, il cazzo che gli rimbalzava a ogni passo. «Hai voluto vedere. Ora vedi bene.»

La spinsero contro il muro gelido. La pietra le morse la schiena nuda quando le strapparono il corpetto con violenza. I seni balzarono fuori: bianchi, pieni, con vene azzurre appena visibili sotto la pelle trasparente, capezzoli grossi e scuri per l’eccitazione, già duri come sassi. Il bestione le afferrò un seno intero, lo strinse fino a farla urlare, poi le pizzicò il capezzolo torcendolo.

«Guarda ’sti tettoni» ringhiò.

Le strapparono la gonna, la biancheria si lacerò con un suono umido. Nuda, la pelle d’oca ovunque, la fica esposta: peluria rada e bionda, grandi labbra gonfie e lucide, il clitoride sporgente come un piccolo bottone. Le cosce tremavano, un filo umido le colava lungo l’interno gamba.

La piegarono sulla cassapanca. Il legno grezzo le graffiò i seni e il ventre. Con corde di canapa lurida le legarono i polsi alle maniglie di ferro arrugginito. La corda le segò la pelle subito, lasciando strisce rosse. Le divaricarono le gambe a forza, ginocchia piegate, talloni che sfioravano il pavimento sporco. La fica si aprì completamente, rosea e bagnata.

Il giovane le si piazzò davanti, prese il cazzo con una mano e glielo sbatté sulle guance, lasciando strisce viscose.

«Apri ’sta bocca da signora, puttana. Succhia come una serva qualunque.»

Lei strinse le labbra. Le piaceva fargli credere che erano loro a decidere, ma era lei. Tutto era progettato secondo il suo volere.

Lui le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro e le schiaffeggiò nuovamente il viso con il cazzo duro. Una, due, tre volte. La pelle le bruciò. Quando aprì la bocca per gridare, le infilò tutto dentro fino alla gola. La cappella le urtò il fondo, la fece conati. Bava calda le colò subito dalle labbra, gocciolò sul mento, sui seni, mischiandosi al sudore.

Dietro, il bestione le accarezzò il culo con mani enormi, separò le natiche. Le sputò direttamente sul buco stretto, poi sfregò la cappella gonfia contro l’apertura della fica. Era già fradicia. Entrò con un colpo solo, fino in fondo. Lei urlò attorno al cazzo in gola, il suono soffocato e bagnato.

«Senti che fica stretta» grugnì il bestione, cominciando a pompare con violenza. Ogni affondo le faceva sbattere i seni contro il legno, i capezzoli sfregavano fino a diventare rossi e doloranti. «Si stringe come una vergine, ma è bagnata come una troia di taverna.»

Il giovane le scopava la gola con calma sadica, tirandole i capelli per farla andare più a fondo. Le palle pelose le sbattevano sul mento, l’odore acre di sudore e piscio le riempiva le narici. Lei tossiva, lacrimava, ma il corpo tradiva: la fica si contraeva ritmicamente attorno al cazzo grosso, succhiandolo dentro.

«Sta godendo» rise il giovane. «La nobile troia gode con due cazzi di servi.»

Il bestione accelerò, le mani callose le lasciarono lividi viola sui fianchi. «Stringe da morire quando le si parla sporco.»

La scoparono così per lunghi minuti, cambiando ritmo, facendola oscillarecome un oggetto. Lei lottava ancora con la mente – vergogna, rabbia, disgusto – ma il corpo aveva già capitolato. Il primo orgasmo arrivò lento, subdolo: le cosce tremarono, la fica si strinse spasmodicamente, un fiotto caldo le colò lungo le gambe. Urlò attorno al cazzo, lacrime e bava che le imbrattavano il viso.

«Non fermarti» ordinò il bestione. «Voglio farla venire ancora.»

Continuarono. Lei perse il senso del tempo. Orgasmi uno dopo l’altro, violenti, umilianti. Ogni volta che pensava di non poterne più, il piacere la spezzava di nuovo.

Poi il bestione la piegò ancora di più, le alzò il culo. «Adesso la prendiamo in tutti e due i buchi. Vediamo quanto resiste la puttana nobile.»

Il giovane si ritrasse dalla bocca, le lasciò respirare un secondo – solo per girarsi dietro. Il bestione rimase piantato nella fica, immobile, mentre l’altro premeva contro il culo stretto. Le sputò di nuovo, sfregò la cappella gonfia. Spinse. Il bruciore fu immediato, lancinante. Lei urlò, si contorse, le corde le segarono i polsi fino a farli sanguinare leggermente.

«No… lì… vi prego…»

«Zitta» ringhiò il giovane, e spinse più forte. Entrò centimetro dopo centimetro, la carne che cedeva con dolore atroce. Quando fu completamente dentro, entrambi rimasero fermi un istante, godendosi i suoi spasmi.

Poi iniziarono a muoversi. Alternati, poi insieme. Due cazzi enormi che la riempivano, la dilatavano, la squarciavano. Il dolore si mescolò al piacere in modo osceno. Lei gemeva senza controllo, la voce rotta, la saliva che le colava dal mento in fili lunghi, i seni che sbattevano sul legno lasciando strisce umide.

«Senti come ci vuole» grugnì il bestione, schiaffeggiandole il culo fino a farlo diventare rosso fuoco.

«È nostra» sibilò il giovane, tirandole i capezzoli fino a farla piangere. «La troia nobile è nostra carne da riempire.»

Vennero quasi nello stesso momento. Il bestione prima: un ruggito basso, il cazzo che pulsava scaricandole fiotti caldi e densi nella fica, tanto che quando uscì il seme le colò a rivoli spessi lungo le cosce, mischiandosi al suo stesso umore. Il giovane spinse un’ultima volta nel culo, gemette e le riempì l’intestino, il seme che le colava fuori dal buco dilatato e rosso.

La lasciarono lì, piegata, tremante, le cosce spalancate, sborra che gocciolava da entrambi i buchi, mista a sangue leggero dove la corda aveva tagliato. Il viso una maschera di lacrime, bava, rossore. I seni segnati da impronte di dita, i capezzoli gonfi e violacei.

Il giovane si chinò, le infilò due dita nella fica stillante, le tirò fuori coperte di seme e umori e gliele pulì sulle labbra.

«Assaggia quanto sei scesa in basso, madonna.»

Il bestione prese un brandello di seta dal suo vestito distrutto e glielo legò al collo, stretto, come un collare da cagna.

«Non ti sleghiamo» disse con voce calma. «Resterai qui tutta la notte, con i buchi aperti, la sborra che ti cola e l’odore di cazzo addosso.»

Il giovane le sfiorò la guancia bagnata, quasi con tenerezza crudele.

«E domani notte tornerai. Da sola. Perché ormai lo sai: sotto la seta sei solo una troia che ha bisogno di essere sfondata da servi.»

Chiusero la porta.

Sono @eroticpolpo

28 anni vissuti nel mondo digitale. Di notte non dormo e scrivo libri e racconti erotici con lo pseudonimo di Damian Margi. @eroticpolpo è il blog dove raccolgo tutte le mie creazioni.

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